Nome e cognome.
Chiara Bonfanti.
Come ti chiamavano quando eri piccola?
Il babbo mi chiamava Chiarascura, alle elementari mi chiamavano la tiger perchè se i maschi mi picchiavano, reagivo e li picchiavo pure io. La nonna 'nini', alla toscana, oppure s'inciampava col nome di sua figlia morta, e mi chiamava Franca. Adesso chi mi vuole bene mi chiama Bonfa. E io mi sento proprio una Bonfa.
Anno/periodo storico in cui saresti voluta nascere.
Allora, io vorrei essere stata una signorina emancipata degli anni Cinquanta per andare a vedere Renato Carosone, Fred Buscaglione e il Quartetto Cetra dal vivo. E ballare in coppia. Quando li vedo nelle registrazioni rido alle lacrime. Li amo profondamente e so tutti i testi a memoria. Loro ridevano meglio.
Dai un indizio che identifichi la tua città senza nominarla.
Ci è nata Gianna Manzini che tanto interessò James Joyce per il suo stream of consciousness tutto italiano. Sìssignori. Altro indizio: tutti si conoscono, nessuno si saluta.
Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?
Non mi sento ancora una scrittrice. La prima volta che ho capito che sapevo comunicare con la scrittura è stata in seconda elementare, quando la suora rimase colpita dal mio pensierino sull'inverno e lo lesse a tutti.
Il commento più bello che hai ricevuto da un lettore.
Ho ricevuo tanti bei commenti, ma quello più caro me lo ha fatto il mio prof. d'Italiano quando, a sedici anni mi ha detto che avevo grande sensibilità e capacità narrativa. Adesso invece mi dice che scrivo cose "belline" e io mi offendo.
Se ti dico libro a che cosa pensi?
A quando avevo otto-dieci anni. Ero sola e leggevo come un'isterica. Passavo intere giornate in libreria, sceglievo un libro, andavo alla cassa e chiedevo di incartarlo con nastro e tutto, che era un regalo. Poi, una volta a casa, me lo scartavo. Tutto per me. Eppoi lo aprivo, mio. I personaggi nascevano, e la solitudine mi lasciava. Una magia segreta di bambina.
Descrivi il tuo stile usando solo aggettivi.
Acerbo, indifeso, semplice. Maldestro.
Il prossimo libro che scriverai parlerà di...?
Parlerà di bambini piccoli, e di bambini a cui è caduta una montagna di anni addosso. Sarà un libro casa, diviso in stanze. E chi legge potrà creare il suo percorso. Camminerà fra i corridoi, salirà le scale, spierà nelle stanze.
Se potessi scegliere un luogo per la lettura pubblica dei tuoi scritti, quale sarebbe?
Sarebbe, e nei fatti è, il teatro, quello povero. Fatto ovunque e comunque. Per strada, camminando fra la gente, su un palco, coi burattini, con la fisarmonica del mio bello. Ma più di tutti, mi piacerebbe leggerli nella mia vecchia scuola.
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